Ivo Saglietti racconta lo scatto del WorldPress Photo 2011

Ivo Saglietti è un famoso reporter italiano più volte vincitore del WorldPress Photo. L'ho incontrato per farmi raccontare la storia di uno dei suoi più famosi scatti che gli valse il premio nel 2011.

Quattro chiacchiere con Ivo Saglietti sulla foto che gli valse il World Press nel 2011.

Ho visto la mostra "Robert Capa In Italia"

La presentazione anche a Milano della mostra sulle fotografie scattate in Italia durante il secondo conflitto mondiale da Robert Capa è stata l'occasione per ripassare la storia ed apprezzare le fotografie di uno dei maggiori fotografi di guerra di tutti i tempi, anzi, per alcuni, il padre del fotogiornalismo di guerra.

L'allestimento allo Spazio Oberdan è meravigliosamente essenziale, se vogliamo anche un po spoglio, del resto sono esposte solo 78 fotografie: di certo non una gran mostra considerando che si tratta di Robert Capa. Si è accolti in un corridoio bianco dove sulla destra appare una sola scritta in rosso "Capa" e a sinistra la foto che lo ritrae scattata da George Rodger. Il percorso si snoda seguendo le fasi della guerra in Italia dallo sbarco in Sicilia.

Le foto colpiscono più per la loro semplicità che per la spettacolarità. Considerando la fotografia di guerra oggi si potrebbe quasi dire che la fotografia di Capa sta all'attuale fotografia di guerra come il film "Il giorno più lungo" (del 1962) sta al film "Salvate il soldato Ryan" (del 1998). Nella fotografia di Capa non c'è spettacolarizzazione degli avvenimenti e i toni cupi della guerra mi sono sembrati ammorbiditi da un bianco e nero appropriato e luminoso. Per carità, non voglio dire che un morto ammazzato in guerra oggi non sia come un morto ammazzato in guerra nel 1943, ma si nota in Capa un certo pudore, una pietas che la fotografia moderna forse non riconosce più. Capa si sofferma sulla gente, sui gesti semplici dei soldati, sulle piccole tensioni e racconta così gli avvenimenti storici di cui fu testimone. Alcune volte indugia con la sua fotocamera su atteggiamenti troppo "posati" dei soldati, ma probabilmente essenziali nella sua narrazione.

Anziana donna fra le rovine di Agrigento, 17-18 luglio 1943

Anziana donna fra le rovine di Agrigento, 17-18 luglio 1943

Dalla visita della mostra non si può non comprendere le sue famose parole: "Se le tue fotografie non sono all'altezza, non eri abbastanza vicino". Ed infatti Robert Capa è sempre dentro le situazioni, anche quando ritrae le persone in Sicilia; il fotografo partecipa quasi dei discorsi e dalle sue fotografie puoi quasi sentire l'odore del fumo delle sigarette, il rumore delle armi e il silenzio dopo un bombardamento: sono fotografie che narrano la storia e trasmettono emozioni in chi, a distanza di anni, le riguarda calandosi in quelle stessi luoghi e in quei momenti.

Una piccola curiosità sulle stampe, in un bel formato molto godibile da parte del visitatore, provengono da selezione effettuata negli anni novanta  e riprodotte da negativi originali in tre serie identiche e tutte contrassegnate con il timbro a secco "Robert Capa". La serie è composta da 937 fotografie e le tre serie sono oggi a New York, in Giappone e nel paese natale di Robert Capa in Ungheria.

Benvenuto delle truppe americane a Monreale, 23 luglio 1943

Benvenuto delle truppe americane a Monreale, 23 luglio 1943

Medico di campo americano assiste un prigioniero tedesco, Sicilia luglio 1943

Medico di campo americano assiste un prigioniero tedesco, Sicilia luglio 1943

 

Cosa "cerco" quando guardo una fotografia

Cosa guardiamo in una fotografia? E cosa cerchiamo in una fotografia?

Informazione, conferme, un vago concetto di bellezza? Si forse tutte queste cose e nessuna.

Ci sono fotografie che non ti stancheresti mai di guardare ed altre che guardi velocemente e passi alla successiva senza neppure soffermarti un secondo. Come diceva Barthes nella sua "Camera chiara", non basta lo studium, cioè la perfezione stilistica e formale o contenutistica della fotografia, ma è necessario anche il punctum, l'elemento cioè che "punge" che colpisce e, se vuoi, stona. La capillare diffusione dell'immagine (spesso portiamo sempre con noi una macchina fotografica: il telefonino) ha, in un certo senso, inflazionato e reso insensibile il nostro sistema occhio-mente che non è più in grado di soffermarsi a sufficienza sull'immagine stessa. Così capita di confondere l'artificio tecnico-stilistico con il punctum e non riflettere più sulla fotografia e sul suo messaggio.

"Purtroppo, sotto il mio sguardo, molte foto sono inerti. Ma anche fra quelle che ai miei occhi hanno una qualche esistenza, la maggior parte non suscita in me che un interesse generico e, se così si può dire, educato: in esse non vi è alcun punctum: esse mi piacciono o non mi piacciono senza pungermi: sono investite unicamente dello studium. Lo studium è il vastissimo campo del desiderio noncurante, dell'interesse diverso, del gusto incoerente: mi piace / non mi piace, I like / I don't. Lo studium appartiene all'ordine del to like, e non del to love; è lo stesso genere d'interesse svagato, piano, irresponsabile che mostriamo per certe persone, certi spettacoli, certi vestiti, certi libri, che definiamo «buoni»."
Roland Barthes "Camera chiara", 1980

Questo apre un altro importante tema che tocca il significato stesso di guardare e vedere. Tuttavia il punto non è tanto il cercare oltre il visibile, vedere ciò che una immagine (sia essa fotografia o altro manufatto artistico) vuole dirci, quanto piuttosto  se essa abbia o meno qualche cosa da dire nel momento in cui si passa dalla sfera del personale a quella del pubblico. Se metto on line delle fotografie personali della mia famiglia queste avranno un valore per me e i miei conoscenti ma potrebbero non averne alcuno per tutti gli altri fruitori della rete. Se, al contrario, espongo una foto frutto di una mia ricerca mi aspetto che esse esprimano un concetto più universale o per lo meno colpiscano molti più osservatori che non solo la mia famiglia.

Ecco allora che la Fotografia diviene ricerca frutto del background del fotografo e ricerca spesso inconsapevole del punctum. Inconsapevole perché sovente il fotografo non è in grado di inserire in modo scientifico e consapevole l'elemento che "punge", che è ben distinto dal soggetto, ma esso si insinuerà nella fotografia perché scaturirà dalla storia personale e dal modo di vedere del fotografo.

Questo ci riporta al concetto iniziale in qualche modo, ossia al fatto che spesso siamo indotti a confondere la foto frutto di studium con la foto che punge. Tuttavia della prima non rimarrà una traccia profonda mentre la seconda si insinuerà e continuerà a parlarci ancora per molto tempo e quando guardiamo una fotografia dovremmo sempre chiederci: “Cosa mi attira in questa foto? La voglio rivedere un’altra volta? Altre dieci volte? Cos’è che mi punge?”.

William Klein

William Klein

Per finire vi propongo un breve esercizio su tre fotografie diverse nello "studium" di un grande fotografo, William Klein. Anche se non si è particolarmente attratti da quel genere di fotografia, soffermatevi a guardarle e troverete in esse un elemento che, anche se casuale (in molte foto non si può ragionevolmente pensare che William Klein abbia avuto il tempo di studiarle), "punge", frutto della sua visione un po' come il marchio di fabbrica, un marchio indelebile che permetterà a chiunque di riconoscere nelle foto il suo autore.

Il ciclo delle fotografie

Partiamo dalla notizia: “Una foto non è per sempre” articolo flash su Internazionale che traduce e riprende una notizia del Time del 3 dicembre 2014.

In breve un noto fotografo di Instagram Richard Koci Hernandez cancellerà tutte le sue foto il 6 dicembre 2014 dopo aver riflettuto sul fatto che una foto non deve sopravvivere per sempre come succede sul web e che, ad esempio, nelle mostre puoi avere l’esperienza della visione delle foto finché c’è la mostra, dopo puoi solo vedere una loro riproduzione ma ad un certo punto l’esperienza finirà. Su internet l’esperienza non finirà mai ed anzi internet non dimentica mai: quindi il fotografo dovrà sempre confrontarsi con scatti che non rispecchiano più la sua evoluzione artistica e fotografica.

Al di là di un atteggiamento che può sembrare snob, il punto è proprio questo: è vero che internet “seppellisce” le foto sotto migliaia di foto più recenti ma non le “dimentica” mai, per cui si avrà sempre memoria di foto che non rappresentano più il fotografo e l’artista.

E’ giusto mantenere sempre in vetrina le proprie foto, i propri scritti o qualsiasi altra forma di pensiero e/o arte?
L’esperienza che si realizza in una visione unica non è forse più coinvolgente e totalitaria di una forma di arte “continua” e continuativa quasi sempre come se fosse uno spot pubblicitario e autocelebrativo senza sosta?

L’uso continuativo dei social media e delle nuove tecnologie se da un lato sono un ottimo veicolo per l’arte in generale e la fotografia in particolare, dall’altro finiscono per svilire e banalizzare proprio quell’attività che meriterebbe una esperienza visiva (nel caso della fotografia) più intensa e coinvolgente come potrebbe essere quella che si realizza durante una visione più limitata nel tempo piuttosto che in un flusso continuo e ininterrotto di immagini postate su internet. 

Viviamo in periodo dove, mai prima d’ora, la fotografia ha raggiunto livelli di diffusione vastissimi ma ciò ne ha creato anche il suo svilimento: una fotografia così veloce da essere “consumata” senza alcuna attenzione. Non solo la fotografia veicolata attraverso internet si è trasformata in una fotografia “usa e getta” o meglio “guarda e vai oltre”, una fotografia con poco contenuto e scarsa forma, ma anche molta della fotografia utilizzata sulla stampa, complice anche la crisi dell’editoria, e che più avrebbe dovuto difendere il ruolo stesso della fotografia, ha finito per soggiacere alle regole di una fotografia immediata ma povera.

Ora di sicuro non tutta la fotografia subisce questo processo di livellamento verso il basso e svilimento attraverso internet, ma certo internet favorisce il processo che porta ad una scarsa riflessione davanti all’immagine: un po’come leggere un libro saltando interi paragrafi e capitoli, magari se ne comprende anche il senso ma si perde il gusto della lettura e dell’esperienza che se ne trarrebbe.  

Per cui credo che il nostro Hernandez abbia riflettuto proprio su tutto ciò e alla fine sia giunto ad una decisione che posso anche comprendere.