Zebra crossing

Possono una via anonima e delle strisce pedonali attrarre turisti da tutto il mondo ed essere oggetto di venerazione e attrazione turistica?

 

Si, se sono le strisce pedonali di Abbey Road a Londra dove, cinquant’anni fa esattamente l’8 agosto del 1969, fecero sfondo per uno degli album più iconici dei Beatles.

I Beatles furono immortalati in moltissime fotografie che poi divennero famose, ma nessuna ha raggiunto la popolarità di quella del loro ultimo album “Abbey Road”, pubblicato curiosamente senza nome dell’album e della band sulla copertina.

Oggi la via è affollata da una miriade di persone che si fanno ritrarre nella stessa posa dei favolosi quattro, eppure quello scatto nacque in modo del tutto casuale da un’idea di Paul McCartney che ne fece anche un rapido schizzo su carta. La realizzazione fu poi affidata al fotografo di origine scozzese Iain MacMillan che John Lennon aveva conosciuto qualche anno prima grazie a Yoko Ono. La sessione fotografica fu organizzata per la mattina del venerdì 8 agosto con l’aiuto di un poliziotto locale che bloccò il traffico ma senza che fossero richiesti particolari permessi. MacMillan posizionò una scala alta 3 metri nel mezzo della strada per poter ritrarre la scena dall’alto ed inquadrare tutti i quattro membri della band, quindi scattò con la sua Hasselblad munita di un modesto grandangolo 50mm nel formato 6x6. Furono realizzati sei scatti in dieci minuti, il quinto finì per essere la copertina dell’album e l’icona che tutti oggi conosciamo. Finita la sessione Ian cercò il cartello della via per usarlo come retro della copertina e mentre scattava la foto una ragazza con il vestito azzurro gli passò davanti, si alterò molto ma alla fine decise di usare ugualmente lo scatto. Anche Linda McCartney, la moglie di Paul, scattò alcune foto del backstage sul posto.

Molti turisti e fan cercano di replicare ogni giorno quello scatto così semplice tanto che si possono osservare quelle zebra crossing anche attraverso una webcam live. Lo scatto di quell’album risulta tanto naturale da sembrare casuale mentre invece è frutto di tecnica e studio della composizione. La scena viene rappresentata e scelta accuratamente ma è forse proprio l’apparente casualità che ne fanno un’icona, casualità che renderà per altro eccezionale anche lo scatto della back cover; e pensare che originariamente i Beatles stavano pensando di realizzare uno scatto sulla cima dell’Himalaya!

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Carlo e Corrado

La sua passione era il ciclismo. In quegli anni Coppi e Bartali si sfidavano sulle salite a colpi di pedale e non c'era bambino che non sognasse il vento in faccia. Carlo non faceva eccezione.  La prima bicicletta l'aveva ricevuta dal padre mancato prematuramente. Con la bicicletta Carlo ci sapeva fare e riuscì a mettere nel suo curriculum anche un secondo posto in una Bardonecchia-Torino. Ma il ciclismo, che tanto amava, non gli regalò ne gloria ne immortalità.

Fu il calcio che resero Carlo Parola immortale e simbolo universale di quello sport al quale era approdato negli anni '30. In particolare il destino di Carlo incontrò l'obiettivo Corrado Bianchi, un fotografo fiorentino freelance che, come oggi accade, seguiva l'attacco della squadra di casa dietro la porta della Fiorentina in una fredda domenica pomeriggio di gennaio. Correva il minuto ottantesimo e Fiorentina-Juventus si avviavano verso il risultato finale a porte inviolate, quando, ricorderà Bianchi,

« [...] Parte un lancio di Magli verso Pandolfini. Egisto scatta, tra lui ed il portiere c'è solo Carlo Parola; l'attaccante sente di potercela fare ma il difensore non gli dà il tempo di agire. Uno stacco imperioso, un volo in cielo, una respinta in uno stile unico. Un'ovazione accompagna la prodezza di Parola. »

Corrado, però è lesto e lo scatto non sfugge alla sua Leica e riuscirà a vendere la foto ad un giornale locale oltre che a troneggiare nel suo laboratorio. La Juventus quell'anno vincerà lo scudetto e cinque anni più tardi Carlo Parola passerà dal campo alla panchina come allenatore dopo una bella carriera calcistica. 

Agli inizi del 1960 l'Agenzia Distribuzione Giornali dei Fratelli Panini di Modena ottiene un ampio successo commercializzando figurine di calciatori, inizia così, un pò per caso, un fenomeno che arriverà fino a noi. Nel 1965-66, la Panini decide di utilizzare sulle bustine delle figurine una rappresentazione grafica proprio della rovesciata di Parola immortalata da Bianchi. La realizzazione grafica sarà realizzata dal pittore Weiner Vaccari.

A distanza di molti anni quel simbolo è ancora l'icona del calcio, il suggello di un gesto atletico poderoso e uno dei più belli del gioco stesso del calcio. Troneggia ancora sull'album delle figurine Panini con i colori rosso e bianco in modo da non esser accomunato a nessuna squadra. Nel 1997 la rovesciata di Carlo Parola fu anche riproposta come copertina del disco degli 883 "La dura legge del goal", dove al posto della faccia di Parola c'era quella di Max Spezzali ad imitazione delle figurine.

E' uno strano caso questo, una fotografia che diventa icona e non è riprodotta in forma fotografica (un po come successe più tardi per le foto del Che Chevara) ma è riprodotta in forma stilizzata proprio a dare maggior risalto al gesto e al simbolo piuttosto che alla foto in se e ai suoi autori (Parola che l'ha eseguita fisicamente e Bianchi che l'ha catturata). Si narra infatti che la Panini remunerò Parola per quell'immagine solo molti anni più tardi per intercessione della Juventus.

  

Giocatori di carte

Milano, Stazione Garibaldi treno suburbano Milano-Novara

Ormai era già estate anche se a giudicare dal tempo avresti detto di essere in marzo. Avevo passato un po’ della mia giornata girando alla ricerca di qualche buona foto o nella speranza di trovare qualche spunto interessante, ma oltre alla noia ed a qualche riflessione su come avrei passato le prossime ore non avevo raccolto null’altro.

Così stancamente mi avviavo verso casa prendendo il treno suburbano. La Leica era riposta nella mia borsa e mestamente mi avviavo lungo il binario 10 per raggiungere le carrozze di testa dove sapevo di poter incontrare alcuni amici di viaggio. Si sarebbe parlato, come di consueto, del più e del meno e inevitabilmente anche di Fotografia. Non che avessi molto da dire, ma sicuramente mi faceva piacere parlare e condividere idee ed esperienze per quel breve viaggio che, data la situazione delle Ferrovie, poteva non esser poi tanto breve.
Trovati i miei due amici mi lasciai cadere, quasi esausto sul sedile e, superati i saluti di rito, alzai gli occhi sul resto della carrozza dal momento che occupavamo i primi sedili del vagone. Pochi sedili più avanti riconobbi alcune persone che prendevano quotidianamente lo stesso treno e che, come sempre facevano, erano in procinto di iniziare una partita a carte per ingannare il tempo del viaggio. Erano in tre e stranamente sembravano un po’ incerti. Nel vederli mi ricordai che era da molto tempo che mi sarebbe piaciuto aggiungere al mio portfolio di foto inerenti i viaggi pendolari delle foto simili, così senza neppure pensarci troppo presi la macchina fotografica, quasi senza neppure parlare con i miei compagni di viaggio scattai al volo una foto.
Quello scatto ebbe per me un effetto strano, mi resi conto immediatamente che non andava bene senza neppure rivederlo nel visore. Nella mia testa mi risuonarono immediatamente le parole di Robert Capa: “Se le tue foto non sono abbastanza buone, vuol dire che non sei abbastanza vicino”: non potevo lasciarmi sfuggire quell’occasione!
Mi alzai e mi diressi verso le persone che giocavano a carte, mi posizionai sul loro lato opposto e prima che gli chiedessi se potevo scattare un paio di foto mentre giocavano, avevo già fatto due scatti. Non obiettarono granché così scattai rapidamente col 35mm. Non ebbi molto tempo per riflettere su come eseguire lo scatto perché non volevo abusare della loro disponibilità. Terminato gli scatti mi fermai un momento con loro e subito mi chiesero se sapevo giocare a tresette: non ho mai imparato quel gioco nonostante vedessi spesso giocare mio padre e mio zio, quindi la mia risposta fu abbastanza scontata. Alla successiva domanda, se conoscevo lo scopone scientifico, fui più incerto. Conoscevo il gioco come derivante dalla classica scopa ma non facevo una partita almeno da un decennio!
Comunque per ricambiare un pò la cortesia fui arruolato come quarto giocatore essendo vacante la posizione per quel viaggio. Salutai un pò a malincuore i mie amici di viaggio e mi sedetti con i giocatori.
Erano molto attrazzati avendo anche un piano di appoggio pieghevole. Diedero le carte ed inziai a giocare. Il mio unico pensiero fu quello di evitare di fare una figuraccia almeno nelle prime mani. Tuttavia più passavano i minuti e più mi rendevo conto di essere di fronte a persone che giocando tutti i giorni e che potremmo definire professionisti: ricordavano ogni carta giocata e non mancavano di farmi notare i miei errori: non vedevo l'ora di finire, ma purtroppo realizzai che la fine ci sarebbe stata solo quando avremmo raggiunto la stazione finale e le Ferrovie non sembravano aiutare molto visto il ritardo.
Fu un incubo ogni mano ma non potevo sottrarmi. Speravo solo che le foto fossero buone ma anche di quello non ero sicuro non avendole riviste.
Dopo innumerevoli partite finalmente giungemmo in vista della stazione, fui abbastanza lesto nell'alzarmi per poter finalmente abbandonare quella tortura. 
Ci salutammo cordialmente anche se avevo come l'impressione di avergli fatto perdere del tempo. Ognuno di noi si diresse verso i propri impegni.
Successivamente rividi spesso i giocatori di carte ma mi guardai bene dal salire sulla loro carrozza: l'incubo di quelle partite mi incute ancora angoscia e non c'è cosa più terribile che giocare in modo superficiale con giocatori appassionati.

Kostantin & Kristina

Piazzale Cadorna, Milano 16 apr 2014

Li vedovo spesso, lì, affardellati su quella panchina marmorea con i loro bagagli. I due anziani signori erano un curioso assortimento umano. Sembravano provenire da una terra remota e da un tempo che fu.
Lui vestiva spesso un cappello piumato e lei un fazzoletto nero in testa legato sotto il mento come facevano le nostre bisnonne cent’anni fa e sembrava, proprio come loro, in perenne lutto. Erano avanti con l’età e questo li rendeva ancora più curiosi perché, se è vero che ormai nelle città si vedono migliaia di migranti, non sempre se ne vedono di età avanzata. Li vedevo tutte le mattine e tutte le sere su quella panchina al riparo dagli alberi vicino la metropolitana di Piazzale Cadorna.
Vicino quella che avevano eletto a loro dimora, nel mio breve tragitto potevo assistere alla vita quotidiana di una famiglia immigrata che vive di nulla. Così spesso parlavano con altri immigrati della zona cercando di spiegarsi magari a gesti. Ma la cosa più curiosa era che vivevano la loro vita seduti alla panchina: lì cucinavano con fuochi di fortuna, mangiavano, bevevano vino e lì dormivano avvolti sotto spessi teli di nailon. Non chiedevano nulla ai passanti, almeno lì, era come se quella fosse la loro casa e non fosse lecito elemosinare nulla lì.
Una volta vidi la donna litigare con il marito e qualche altro straniero con cui doveva aver fatto amicizia, forse lui aveva data tutto quello che gli era rimasto della povera cena e la donna sembrava rimproverare pesantemente il marito.
La curiosità di saperne di più di quella strana coppia che venuta direttamente della campagna di un paese remoto montò in me sempre di più. Certo mi sarebbe piaciuto parlargli da solo ma non sempre li vedevo soli, soprattutto la sera ed inoltre il tempo a mia disposizione era molto poco. Avevo paura che da lì a pochi giorni sarebbero stati allontanati dalla polizia invece era più di due mesi che stanziavano indisturbati sempre nello stesso luogo. Sembrava che, rispetto agli altri migranti che si vedevano in giro, loro fossero giunti da poco e che ancora non conoscessero molte regole della nostra società e soprattutto di quella vita che stavano vivendo. Avevo come l'impressione che comunicassero più a gesti che con le parole e la donna in questo sembrava molto meno esperta del marito.

Poi, un giorno, stavo per imboccare la metropolitana lì vicino quando mi sono detto:
"Ho un pò di tempo, perché non avvicinare queste persone ora?"
Sono tornato sui miei passi e mi sono diretto subito verso l'uomo che era in piedi nel mezzo della piccola piazzetta.
Non sapendo cosa dire mi sono avvicinato come fossi un vecchio amico di lunga data.
"Hei, ciao, come va?"
E nello stesso tempo gli porsi la mano. Non ricordo esattamente le sue parole perché non furono in un italiano comprensibile, ma capì subito che non avevo cattive intenzioni e mi disse qualche cosa per farmi capire che tutto andava bene. da vicino era un uomo alto e con mani callose e grandi, tipiche di chi ha lavorato la terra tutta una vita.
Si avvicinò anche la moglie, ma io dialogavo principalmente con lui in quanto mi pareva che lei non riuscisse a parlare italiano neppure il minimo da farsi comprendere. Così chiesi da dove venissero, e l'uomo mi disse dalla Romania, chiesi se avessero da mangiare e ancora mi fece capire che una cena, per quella sera l'avrebbero procurata.
Vista la difficoltà nel dialogo domandai da quanto tempo erano in Italia e a quel punto mi fecero il segno di quattro con le dita ma non riuscivo a capire se intendessero quattro anni o quattro mesi, confabulando fra loro l'uno sembrò confermare quattro mesi. Cercai di raccontargli che passavo di lì tutte le mattine e tutte le sere ma non ero sicuro di quanto mi comprendessero. A quel punto gli dissi che ero un fotografo e che se volevano gli facevo una foto e presi la mia Leica dalla borsa.
Furono molto tranquilli nel farsi fotografare, ed anzi mi chiesero se gli facessi una foto insieme. Mi parve una gran bella cosa così gli scattai alcune foto non posate insieme con piano americano, ma l'uomo mi disse che avrebbe gradito una foto a figura intera e si impostò in modo marziale vicino alla moglie. Gli scattai due foto in rapida successione e gli promisi che gli le avrei portate al più presto. 
Dal momento che dovevo recarmi a prendere un treno, salutai e mi stavo avviando verso la metropolitana, quando gli chiesi frettolosamente i loro nomi e l'uomo si presentò come Kostantin e presentò la moglie come Kristina.

Passarono ancora alcuni giorni e li vedevo sempre lì ma non avevo molto tempo di soffermarmi. Ma un giorno decisi che dovevo portargli quella foto. La stampai e in un tardo pomeriggio mi fermai per dargli la foto, con l'occasione avrei voluto fare qualche scatto ulteriore a Kristina, che avevo fotografato un pò frettolosamente. L'uomo discorreva con alcuni extracomunitari vicino una panchina, i quali furono molto sorpresi dal vedere che io e Kostantin ci salutavamo come vecchi amici, per quanto lui non ricordasse minimamente della foto. Gli chiesi della moglie e mi disse che era in giro a cercar di procurare qualche cosa per la cena. Feci ancora qualche foto, ma non molte per la verità perché tendeva sempre ad assumere una posa quando scattavo ed in qualche modo la cosa mi disturbava. Poi presi la foto stampata in A4 e gli la porsi, rimase ad ammirarla in silenzio per alcuni minuti. Si vedeva che era felicissimo e che la considerava quasi un bene prezioso, aveva timore a toccarla. La ripose con cura sotto un giornale in modo che non si potesse rovinare e mi ringraziò moltissimo. A quel punto lo salutai, avevo veramente poco tempo e dovevo correr via.

Non passai da quelle parti per una settimana, ma un giorno uscendo dalla metropolitana notai che nel parco non c'era più ombra di loro e neppure delle loro cose: la loro panchina, quella che era stata la loro dimora per più di due mesi, era tornata ad essere desolatamente vuota. Qualche giorno dopo intradividi Kristina all'angolo di una strada che chiedeva qualche soldo, non potei parlarle perchè era dal lato opposto al mio ed ero già in ritardo. Purtroppo, dopo quel giorno, non li vidi più.

Credo che iniziare una nuova vita in un Paese straniero sia molto duro, se poi non si è più molto giovani e non si ha nulla su cui contare lo è ancora di più e per questo, in qualche modo, provo nel ricordare l'incontro con Kostantin e Kristina una profonda ammirazione per il coraggio che hanno avuto pur non conoscendo, purtroppo, le loro storie.