Ho visto la retrospettiva Henri Cartier-Bresson di Roma / by Domenico Pescosolido

La mostra di Roma all'Ara Pacis

La mostra di Roma all'Ara Pacis

Su Bresson si è detto e scritto tutto, non ho molto da aggiungere. Ma la retrospettiva proveniente dal Centro Pompidou di Parigi e fino al 25 gennaio a Roma è stata un'occasione troppo ghiotta per non vederla. Ovviamente molte, se non tutte, le foto sono note almeno per per gli appassionati. Tuttavia la mostra ha avuto, almeno per me, alcuni punti di interesse. In primis ho potuto vedere, per la prima volta, stampe originali dell'epoca di alcuni dei più famosi scatti, e sono state proprio le stampe il punto d'interesse. Stampe ai sali d'argento, molte delle quali eseguite da Bresson stesso, con formati non molto grandi, in alcuni casi si parla di 20x30 ed anche meno: Avevo sempre viste fotografie di Bresson in libri dedicati alla sua arte, sul web, in riproduzioni e persino in pubblicità, eppure non avevo mai visto suoi libri originali o stampe d'epoca. Ed è stato proprio questo uno dei primissimi fattori che mi ha colpito in questa mostra e mi hanno fatto più compredere la grandezza della sua Fotografia.

La stampa, che siamo spesso abituati a veder riprodotta con canoni moderni di una riproduzione grande e molto contrastata, nella mostra è mediamente piccola, raramente supera il 20x30 appunto, e soprattutto non ha un forte contrasto e mascherature eccessive oltre ad avere, a causa dell'ingrandimento ridotto, pochissima grana. Questo fattore rende "diversa" la fotografia che conosciamo, sembra piatta e facciamo alcune volte fatica a riconoscerla ma se ci fermiamo un secondo davanti alla foto ne possiamo percepire la sua grandezza: non una grandezza frutto di un artificio ma per il concetto che esprime e per la sua forza concettuale. Siamo di fronte al concetto di "buona foto" rispetto a quello di "bella foto" che nell'opera di Bresson sembra una costante. La mostra segue un filo cronologico legato da alcuni filoni di sviluppo della sua opera e quindi tutte le foto sono in qualche modo collegate alla successiva come un tutt'uno e non come opera singola e quindi, a mio avviso, poco importerebbe se alcune sono frutto di una costruzione o sono spontanee.

Un altro aspetto interessante della mostra è stato poter vedere in un video della mostra gli scatti a colori in diapositiva realizzati dall'autore. Il colre viene visto come necessario in un momento in cui molte riviste si convertivano a questa nuova fotografia. Ebbene Bresson affronta il colore in modo magnifico, usandolo e non come una traslitterazione colorata della sua fotografia in bianco e nero. Per alcuni versi le sue diapositive mi hanno ricordato alcuni scatti moderni di Alex Webb

Alcuni principi rimarranno per Bresson costanti in tutta la vita e saranno dei principi cardine della moderna Fotografia, egli si esprimeva dicendo che a suo pare "la fotografia ha il potere di evocare e non solo di documentare. Dobbiamo fare astrazione dal vero", un principio assolutamente valido anche oggi a 10 anni dalla sua morte. 

The Paris Apartment

The Paris Apartment

Infine un ulteriore motivo di interesse per me è stata la composizione dell'immagine. Si parte da un aspetto tecnico che salta subito all'occhio: tutto il fotogramma è bene a fuoco, magari dovuto all'uso della tecnica dell'iperfocale a diaframmi chiusi. Tutta la scena è assolutamente leggibile, ed ogni elemento, anche il più insignificante, sembra essere in posizione perfetta. Tuttavia Bresson era un autentico credente del potere del caos, "La composizione si basa sul caso. Io non calcolo mai. Intravedo una struttura e aspetto che accada qualcosa. Non ci sono regole".  Sarà André Breton e la scuola dei surrealisti ad influenzare la fotografia di Bresson, il movimento e di conseguenza l'uso di tempi lenti saranno spesso presenti. Per lui "Il fotografo (e pazienza se sembra maleducato) deve prendere la vita di sorpresa, alla sprovvista".

Alla fine della mostra due frasi mi rimarranno  impresse come somma di tutta la magnifica opera di Bresson: "Per me la fotografia non è un lavoro, ma piuttosto un duro piacere; non cercare niente, aspettare la sorpresa, essere una lastra sensibile" e ancora "Quel che conta in una fotografia, è la sua pienezza e la sua semplicità".