Test obiettivo Minitar- 1 per Lomography

Nel mese di giugno di questo anno ho potuto testare per conto di Lomography, società austriaca di fotografia, il Minitar-1 Arts Lens .

Questo obiettivo 2.8/32, molto piccolo e a fuoco manuale, è caratterizzato da colori satura e accentuata vignettatura. La dimensione lo rende ideale come compagno nella street photography. Così ho deciso di montarlo sulla Leica M10 nel mio ultimo soggiorno nella Francia del Sud.

Questo è il mio reportage e le mie impressioni sull'obiettivo.

La lezione di Fan Ho sulla street photography

Mi sento sempre a disagio quando devo parlare di un grande Maestro della Fotografia. Credo non solo di avere conoscenze inadeguate sull’autore, in effetti mi sembra di ripetere una lezione scolastica su qualche autore senza però conoscerlo veramente, inoltre sento che la mia visione è anni luce distante rispetto ai suoi scatti.

Pensate per un momento di confrontare la vostra visione con un Bresson, un Elliott o qualsiasi altro autore universalmente riconosciuto come “influente”. Certo non nego che alcuni potrebbero ritenere la loro visione alla loro stregua e magari alcuni scatti lo saranno anche, ma siamo in grado di esprimere costantemente tutto ciò che uno solo di loro ha espresso nel corso della loro vita? Non credo. Credo, piuttosto, che ogni autore potrà apportare un tassello alle nostre conoscenze e contribuire a costruire la nostra personale visione che si rifletterà nella nostra fotografia anche se alla fine manterremo sempre la nostra identità.

Un grande cineasta e fotografo ha influenzato molto un certo modo di interpretare la realtà e la street photography in particolare: questo autore è Fan Ho, un autore cinese morto circa un anno fa e che fu più o meno contemporaneo di Henri Cartier-Bresson.

Fra ombra e luce

Per parlare di Fan Ho si può partire dal suo scatto più famoso (grazie anche al notevole valore che fu battuto all'asta: 48.000 USD): "Approaching Shadow".

Approaching Shadow (c) Fan Ho

Approaching Shadow (c) Fan Ho

In quel titolo si riassume l'intera visione dell'autore, egli parte dall'ombra o meglio dal contrasto che l'ombra e la luce crea e lo cattura nelle sue fotografie. Deve molto al cinema, la sua visione è molto cinematografica, egli ebbe modo di esprimersi in questi termini:

"Mi piaceva concentrare e semplificare il mondo in bianco e nero, era piu’ simile alla mia natura. Potevo esprimere meglio e piu’ liberamente le mie emozioni, potevo tenerle sotto controllo, ed i risultati erano surreali e semi astratti. Mi piaceva quella distanza, non troppo vicino, non troppo lontona."

(c) Fan Ho

(c) Fan Ho

Il teatro della vita

Fan Ho ammira Cartier-Bresson da cui prende le mosse la sua fotografia ma introduce un concetto ulteriore: lo storytelling, cioè la capacità di comunicare attraverso universi narrativi che riproduce partendo dall'osservazione del luogo in cui scatta incastrando in esso involontari attori.

"Vedo la strada come un Teatro Vivente (Living Theater). È anche il titolo del mio libro; Aspetto che gli attori entrino ai loro posti".

(c) Fan Ho

(c) Fan Ho

Non ammetteva distrazioni nella sua ricerca, amava percorrere le strade da solo alla ricerca delle sue storie che costruiva con l'uso di crop a partire dal formato quadrato della rolleflex per approdare occasionalmente alla Leica. Una macchina fotografica gli era più che sufficiente.

"Scattavo fotografie secondo il mio istinto. Non cercavo nulla che fosse particolarmente attrattivo. Scattavo fotografie nel modo in cui vedevo nessun particolare maestro, stile o filosofia."

(c) Fan Ho

(c) Fan Ho

Nostalgia cinematografica

Le foto di Fan Ho sono pervase da un senso di nostalgia cinematografica, prima trovava la locatin e lo stato d'animo che gli permetteva di creare un climax per le sue foto, poi attende il momento opportuno.

“Prima devi trovare la location ideale. Poi devi essere paziente ed attendere il soggetto giusto capace di suscitare il tuo interesse, anche semplicemente un gatto per esempio. Devi essere capace di cogliere l’attimo in cui  lo spirito, l’essenza, l’anima del soggetto si rivelano.. Se quell’attimo non arriva, devi aspettare la sensazione giusta. E’ un lavoro creativo, perche’ quella sensazione la devi avere dentro lontano…”

(c) Fan Ho

(c) Fan Ho

Innalzare l'asticella

Per lui la tecnica non ha un'importanza fondamentale; come il suo mentore Bresson, ritiene che prima di tutto venga la visione e poi la tecnica. Amava scattare dotografie e sentire il rimore dell'otturatore della sua leica a pellicola e amava lavorare in camera oscura ma era consapevole che quella non fosse la parte più importante della fotografia.

"Credo che la tecnica non sia troppo importante. È più importante usare i tuoi occhi, la mente e il cuore. La tecnica è qualche cosa che ognuno può fare. Se vuoi portare la tua fotografia ad un livello più elevato devi raccontare qualche cosa. Muovi qualche cosa. Dovete sentirlo quando fate fotografie e ciò vi porterà ad livello più alto. La fotografia deve essere inquietante e deve valer la pena di esser ricordata."

(c) Fan Ho

(c) Fan Ho

Fan Ho, sicuramente un maestro indiscusso della fotografia, oggi impartisce a tutti gli amanti della street photography una lezione assolutamente attuale dove la visione e la necessità di raccontare assurgono a veri cardini per una fotografia di un livello superiore.

Fan Ho

Fan Ho

La fotografia non vale nulla

La notizia è questa: L’Ufficio Tradizioni Popolari Fiorentine cerca un fotografo ufficiale per gli eventi e la remunerazione è data dalla visibilità e due biglietti per il Calcio Storico.

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Quanti hanno optato per l’amico fotografo in un evento piuttosto che assoldare e pagare un vero fotografo? Del resto se doveste riparare un tubo ed un vostro amico lo sa fare e ve lo farebbe gratis lo chiamereste l’idraulico? Oggi si ritiene che tutti sappiano scattare fotografie e se ci atteniamo al mero atto di scatto è anche vero.

Il punto è che fra tutte le arti, la fotografia viene percepita come la minore fra le arti che necessità di conoscenze e abilità (così si crede) molto superficiali. Spesso si ritiene che il fotografo sia solo un pittore o un disegnatore che non sappia però disegnare o dipingere e per questo fotografa. Si associa la fotografia all’oggetto che fa la foto, cioè la macchina fotografica, e la macchina fotografica oggi è l’oggetto più semplice e più diffuso che ci sia. Perché quindi pagare per una cosa che potrei fare in proprio o far fare a qualche persona a cui però non riconosco alcun valore se non quello di premere un pulsante?

Il mercato della fotografia o meglio la professione del fotografo professionista non è messa in crisi solo e soltanto, come si crede comunemente, da tutti coloro che non ne riconoscono un valore di per se. Sono spesso le case stesse produttrici di macchine fotografiche e quindi della tecnologia necessaria per la foto che per prime decretarono la morte della professione.

Suona strano, ma se ci fermiamo a riflettere eravamo ancora all’inizio del secolo quando la Kodak lanciò lo slogan:

“You press the button, we do the rest

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Con il quale pubblicizzava le sue nuove fotocamere.Quello slogan in nuce aveva la morte del fotografo come professione.

Non moriva allora la fotografia e non muore neppure oggi, ma moriva il concetto di dover pagare qualcuno per fare una foto: si passava già all’epoca dalla cultura della fotografia come ricerca a quella dell’immagine.

ironia della sorte, anche la Kodak finì travolta da quel progresso tecnologico che pure, all'inizio della sua storia, aveva sposato. 

Negli anni più recenti il perfezionamento tecnologico, la crisi di settori trainanti come l’editoria e la nascita di nuove tecnologie hanno fatto il resto. Oggi l’utente medio che non si accontenta dello smartphone quando compra una macchina fotografica chiede “se fa buone foto”, cioè pone la domanda a cui la Kodak rispose all’inizio della sua storia.

Ovviamente il produttore di macchine fotografiche risponde a questo bisogno, fornisce lo strumento per fare buone foto e chi possiede lo strumento fa buone foto, ma chi fa buone foto non necessita di esser remunerato perché preme solo un pulsante: al resto pensa la macchina fotografica. Quando si chiede con che macchina o lente o altro è stata scattata una foto stiamo spostando l'attenzione proprio mezzo tecnico, come se quello potesse, da solo, fare la foto.

Quello che andrebbe invece rivalutato non è l’atto di fotografare ma l’atto di vedere: non si dovrebbe remunerare un fotografo perché “sa scattare buone foto”, ma perché vede ciò che io non riesco a vedere a prescindere da come e con che cosa scatto. In fondo se decidete di acquistare un quadro vi chiedete con quali strumenti ha dipinto l’artista? Forse sarebbe opportuno rivalutare la figura dell’artista e riconoscergli un valore non al suo prodotto ma alla sua idea e visione e di certo non tutti coloro che fanno fotografie hanno una visione e un’idea.